Prometheus Hipertext
PROMETEUS HIPERTEXT
progetto multidisciplinare e multicodice di Luigi Cinque
Programma Europeo Cultura 2000

Prometheus Hipertext è una coproduzione europea di un’opera sul tema dell’eroe tra mondo arcaico e realtà contemporanea, volta all’esplorazione delle attuali forme del narrare e della comunicazione in analogia con il mito classico di Prometeo. L’opera-progetto Prometheus Hipertext è stata presentata pubblicamente a Roma il 26 dicembre 2001 nell’ambito della settima edizione di IncontriFestival – promosso dall’Associazione Multirifrazione Progetti con la collaborazione del Comune di Roma – ed ha avuto la sua rappresentazione conclusiva sempre a Roma, nel giugno 2002. Tre laboratori di sperimentazione drammaturgica e tecnologica a Salonicco, Barcellona e Parigi, realizzati grazie ai partners Fundaciò Societat i Cultura-Fusic di Barcellona, ADC, EP di Parigi ed EPIKOYROS di Salonicco.

«Inchiodato in ceppi indissolubili di bronzo, perenne il peso del male lo roderà». La pena di Prometeo è commisurata alla gravità della sua sfida. Prometeo, stirpe divina, conosce le regole su cui si fonda lo sterminato potere di Zeus – le conosce più di Zeus stesso, perché è dotato della capacità di antivedere – e conosce la speculare, infinita miseria degli uomini: «Essi, prima, pur vedendo non vedevano, /pur udendo non udivano: simili a larve di sogni…». Né si può dire che il titano ignorasse quanto lo aspettava: «Tutti questi tormenti/ben conoscevo: io peccai perché volli». La sfida è lucidissima, consapevole. Prometeo sa che sulla legge di Zeus si basa un ordina, un mondo. Anzi, l’unico mondo possibile. La realtà, il Fato – fatum = detto -, quanto è stato scritto e non si può cambiare. Sfidando il Fato per amore degli uomini, Prometeo commette il più grande dei sacrilegi. Da questo sacrilegio nasce un mondo nuovo, che sconvolge la tessitura del Fato e riscrive quanto era stato scritto. La ribellione di Prometeo – ed anche il suo sacrificio – è in realtà una grande metafora di rivoluzione, simbolo della creazione di possibilità – ambiti, strutture, letture – nuove. Si può ben dire che l’intera ricerca artistica novecentesca – che ha lavorato sull’alterità rispetto alle strutture di riferimento – sull’esplorazione di territori diversi e proibiti, sulla rivoluzione dei dati, permettendosi, come dice Marc Dachi, tutto – ha bruciato alla fiamma del fuoco prometeico. Fuoco che è, certamente, il dono della tecnica, ma che sarebbe troppo angusto confinare solo alle tecnologie, perché è mezzo di difesa , cumulo di sapienze, capacità di previsione e di invenzione. Come dice lo stesso incatenato: «Tutte le arti agli uomini vengono da Prometeo».

L’identità selvaggia Il rapporto tra musica e parola fa parte della millenaria, arcaica, civiltà della sintesi, e meno appartiene alla pratica dell’analisi, alla separazione delle forme espressive tipica della cultura moderna europea. Non è un caso se, dalle nostre parti, molto spesso la relazione musica-parola ha sofferto e soffre di una sorta di disagio teatrale , più o meno velato, malinconico per giunta: costringendo una della due a concedere parti di sé, ad adattarsi in forme illustrative, a restare in ombra, lasciando che la scrittura complessiva, per coerenza di genere, si sviluppi a favore della musica e – in qualche caso – della parola. Se guardiamo al mondo tradizionale extraeuropeo, o se ricerchiamo, per quel che ci è possibile, nella classicità mediterranea, troviamo che tra parola poetica e musica esiste una vera e propria identità selvaggia: permane il senso che la parola è di per sé, innanzitutto, suono, mentre la musica non è solo significante, ma, per via simbolica verbo primario, radice, suggestione e significato essa stessa. E il ritmo, già possessione metrico-poetica, è sempre stato il luogo elettivo di quell’identità: il luogo vero della convivenza. Questo, i tragici greci lo sapevano bene e, infatti, elaboravano una partitura-tessitura di testo ritmico e suono: erano, insomma, autori-compositori a tutto campo, non semplici librettisti. Per questo il progetto “Prometheus Hipertext” tiene un occhio – quello dell’istinto soprattutto – rivolto al “gran di fuori” tradizionale: ai modi arcaici della tradizione orale; guarda a quell’unità narrante di suono e parola considerata oggi, insieme alle nuove tecnologie, come la vera possibilità di evoluzione contemporanea del teatro di poesia. Il progetto, dunque, è dedicato all’identità selvaggia: come tentativo di sospendere ala parola poetica e la musica in uno stato di reciproco ascolto; come un’azione scenico-sonora tesa a cogliere e restituire la risonanza altra – terza – tra musica e parola, considerando quest’ultima come anticipatrice di suono, e la musica come paesaggio della parola. (Luigi Cinque)



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